Il calice di Chagall. Quasi un romanzo
di Sandra Tassi
Edizioni Il filo, 2007
Postfazione a cura dell’autrice
Il titolo di questa raccolta di racconti, quasi un romanzo, è tutt’altro che casuale, direi, piuttosto, fortemente evocativa.
Il riferimento a Chagall era d’obbligo. La sua pittura ha certamente contribuito a rendere sempre più viva negli anni la mia sensibilità nei confronti della cultura ebraica. Ogni volta che mi sono trovata davanti ai suoi dipinti ho attribuito il valore aggiunto delle sue rappresentazioni al mezzo espressivo, una sorta di poetica tradotta in colori e forme.
La scomposizione delle immagini che Chagall evoca dal fondo della sua anima russo-ebraica,realizzata in chiave onirico-fantastica, si è dichiarata a me come collegamento ideale tra la diaspora del popolo ebreo e la mia natura errante, inquieta,costantemente alla ricerca di un luogo -fisico o ideale- in cui ritrovare i pezzi di me stessa.
Frantumazione dell’io e frantumazione di un’identità culturale sono divenuti i due poli entro cui, passando attraverso le figurazioni di Chagall, ha preso corpo la mia scrittura. Non nego, anche ricca di riferimenti autobiografici.
In Chagall le scene popolari, le figure volanti del paesaggio natale, i violinisti e i personaggi solitari, trasfigurano il presente nella simultaneità del sogno; ed è spesso il sogno la strada che porta alla creazione di un dover essere esistenziale per sopravvivere alla parcellizzazione di se stessi, sotterranea manovra di corruzione dell’io nell’era della modernità.
Il calice di Chagall, è anche il titolo di uno dei racconti della presente raccolta.
L’immagine che ho suggerito a me stessa è stata quella della rottura del bicchiere immediatamente dopo la cerimonia nuziale, gesto che nella cultura ebraica ha il significato di una benedizione : di un passato che si chiude a favore della più feconda vita futura.
Il racconto allude a questa scena nuziale per contrasto: il tema prevalente, infatti, è quello di un abbandono, l’infrangersi di un tentato rapporto d’amore fuori dai canoni morali e sociali correnti. Qui il senso della morte e della disperazione, e al contempo il desiderio del riscatto della vita dal delirio della sofferenza, che costituiscono il filo rosso della continuità poetica della mia ideazione letteraria, sono espressi dalla danza del calice che si frantuma in aria e poi in aria si ricompone, scene a cui il lettore assiste come al rallentatore.
Perché i tempi della ricostruzione, di tutte le ricostruzioni, in ogni tempo e in ogni luogo della terra sono lunghi, e lenti.
S.T.