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Un attore legge il mio testo “Il Calice di Chagall”…
Ascolta da “Pesi e Misure”
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DA : PESI E MISURE
Dopo i festeggiamenti, aprii l’ultimo regalo, quello di Edna.
L’avevo tenuto per ultimo perché, ne ero sicuro, si sarebbe trattato di qualcosa di speciale, accompagnato da una voce solo a noi comune.
Nel pacchetto era contenuta una piccola bilancia placcata d’oro.
Niente di più convenzionale, a prima vista.
Appoggiando la bilancia sulla scrivania accadde quanto io e forse anche lei avevamo sperato.
Si fece avanti lo spettro di Shalomon. Una figura lunga e magra, un viso a triangolo che terminava in una barba non curata, ispida e un poco folta. Il cappello nero prolungava il suo scheletro scuro verso l’alto, solo la schiena era un po’ incurvata. A dire il vero non mi pare di avere mai visto le sue spalle senza alcun peso da portare, anche nei giorni di shabbat parevano ancora cariche del suo bastone orizzontale e dei suoi pesi, come nei giorni di lavoro. La sua identità veniva dal suo lavoro, perché lui, per tutti nello shtetl non era Shalomon, ma Shalomon-il-portatore-d’acqua.
Quando io ed Edna lo incontravamo avvertivamo quella forte tentazione allo scherzo malefico che nutrono i ragazzetti di dieci anni; ci piaceva provare a far sì che l’acquaiolo perdesse il suo equilibrio, sulle spalle, e rovesciasse i due secchi alle estremità del bastone. Lo sorprendevamo da dietro per buttare un grosso sasso nella sua acqua, a destra o a sinistra; lo aspettavamo ad una curva del vicolo con i nostri bastoni, affinché mollasse il suo, come a ingaggiare una guerra; lo costringevamo a spostarsi sul sentiero finché i suoi piedi non lasciavano il terreno battuto e incespicavano nelle pietre poste ai margini della strada.
Quello che ci colpiva era lo straordinario equilibrio che riusciva ad esercitare, apparentemente senza fatica, sulle sue spalle ossute. Ed anche i movimenti, cauti e oculati con i quali, una volta riempito i due secchi esattamente fino al rigo della misura, era capace di caricarli alle due estremità della pertica. Seguivamo la sua preparazione di nascosto, per carpirgli il segreto e sfruttare la debolezza di quella perfezione, il giusto rapporto tra pesi e misure.
Non ci è mai capitato di vederlo sobbalzare. Tanto meno di veder uscire una sola goccia da uno dei due secchi.
Forse proprio per questo era Shalomon-l’acquaiolo, e non semplicemente Shotomon, perché per nulla al mondo poteva perdere una goccia d’acqua.
Cioè perdere il controllo di sé e del suo equilibrio.
Lo capimmo quando, già lontani da casa, qui, in America, pensavamo a lui.
Forse perché nell’Est Side non c’era un acquaiolo.
Pubblicato 10 months, 3 weeks fa alle 16:28. Aggiungi un commento
di Sandra Tassi
Edizioni Il filo, 2007
Postfazione a cura dell’autrice
Il titolo di questa raccolta di racconti, quasi un romanzo, è tutt’altro che casuale, direi, piuttosto, fortemente evocativa.
Il riferimento a Chagall era d’obbligo. La sua pittura ha certamente contribuito a rendere sempre più viva negli anni la mia sensibilità nei confronti della cultura ebraica. Ogni volta che mi sono trovata davanti ai suoi dipinti ho attribuito il valore aggiunto delle sue rappresentazioni al mezzo espressivo, una sorta di poetica tradotta in colori e forme.
La scomposizione delle immagini che Chagall evoca dal fondo della sua anima russo-ebraica,realizzata in chiave onirico-fantastica, si è dichiarata a me come collegamento ideale tra la diaspora del popolo ebreo e la mia natura errante, inquieta,costantemente alla ricerca di un luogo -fisico o ideale- in cui ritrovare i pezzi di me stessa.
Frantumazione dell’io e frantumazione di un’identità culturale sono divenuti i due poli entro cui, passando attraverso le figurazioni di Chagall, ha preso corpo la mia scrittura. Non nego, anche ricca di riferimenti autobiografici.
In Chagall le scene popolari, le figure volanti del paesaggio natale, i violinisti e i personaggi solitari, trasfigurano il presente nella simultaneità del sogno; ed è spesso il sogno la strada che porta alla creazione di un dover essere esistenziale per sopravvivere alla parcellizzazione di se stessi, sotterranea manovra di corruzione dell’io nell’era della modernità.
Il calice di Chagall, è anche il titolo di uno dei racconti della presente raccolta.
L’immagine che ho suggerito a me stessa è stata quella della rottura del bicchiere immediatamente dopo la cerimonia nuziale, gesto che nella cultura ebraica ha il significato di una benedizione : di un passato che si chiude a favore della più feconda vita futura.
Il racconto allude a questa scena nuziale per contrasto: il tema prevalente, infatti, è quello di un abbandono, l’infrangersi di un tentato rapporto d’amore fuori dai canoni morali e sociali correnti. Qui il senso della morte e della disperazione, e al contempo il desiderio del riscatto della vita dal delirio della sofferenza, che costituiscono il filo rosso della continuità poetica della mia ideazione letteraria, sono espressi dalla danza del calice che si frantuma in aria e poi in aria si ricompone, scene a cui il lettore assiste come al rallentatore.
Perché i tempi della ricostruzione, di tutte le ricostruzioni, in ogni tempo e in ogni luogo della terra sono lunghi, e lenti.
S.T.
Pubblicato 10 months, 3 weeks fa alle 16:25. Aggiungi un commento
Gabriella De Fazio
Libreria “orsa minore”
San Severo- Foggia
“Il dolore ha una voce e non varia” diceva Umberto Saba. La stessa vibrazione, identica per tutti gli esseri viventi, risuona nella voce di chi soffre; e chi sa ascoltare la riconosce all’istante. E’ quello che può accadere a chi si trova fra le mani “Il calice di Chagall. Quasi un romanzo”, la bella raccolta di racconti presentata qualche settimana fa presso la libreria Orsa Minore di San Severo. La modenese Sandra Tassi, alla sua prima prova narrativa, colleziona in questo suo piccolo libro diverse modulazioni di quella voce, narrando con i suoi nove racconti nove modi di patire, ma anche di resistere e di sperare.
Ambientate in luoghi tra loro lontani, come Modena e New York, ad esempio, o Praga e Vilna, vissute in epoche comprese tra il 1904 e il 2004, queste brevi storie hanno protagonisti che, pur diversi per età e condizione, sono accomunati dal fatto di custodire un piccolo o grande tormento che un avvenimento fa riaffiorare. Si tratta di storie interiori, minuti movimenti dell’anima potremmo dire, che tuttavia, attraverso una lingua nitida e precisa che non sarebbe dispiaciuta a Calvino, sanno misurarsi con grandi temi, come la giustizia, la memoria, la nascita e la morte. E molti hanno alle spalle gli eventi della grande storia collettiva del XX secolo, che però si intravedono da lontano, come ombre e riflessi che ancora si agitano nelle case e nei ricordi degli uomini e delle donne che li hanno subiti.
Così nel racconto intitolato “Il profeta del muro”, siamo a Modena nel momento in cui si demolisce il ghetto e nasce Piazza della Libertà, ma questo evento così clamoroso viene vissuto nell’atmosfera ovattata e domestica di una famiglia che proprio sul quel muro aveva le proprie finestre e a campeggiare sono soprattutto i pensieri del vecchio patriarca. Nello stesso modo l’indicibile tragedia della Shoah è solo sfiorata, mentre se ne intendono gli strascichi atroci nella vicenda del pranzo di Natale che, a Torino, alla fine degli anni ’90, vede intorno alla stessa tavola, per la prima volta, la madre sopravvissuta al lager, ma ormai prosciugata e inaridita, e la figlia, che, abbandonata al ritorno dalla deportazione e cresciuta in una casa cattolica, tenta con pazienza e tenacia di ricomporre la famiglia. Sebbene la tovaglia bianca abbacini la vecchia donna facendole balenare alla mente la distesa di neve che “là” la circondava, e ciascuno coltivi dentro di sé il suo personale ricordo doloroso, quella tavola risulta possibile e il ritorno finalmente avviene.
Non è per caso che molti fra i personaggi del libro appartengono al mondo ebraico, malgrado la formazione solidamente cattolica dell’autrice. Migranti o comunque lontani per scelta o destino, attenti alla memoria e ai gesti che la coltivano, depositari di nostalgie logoranti, ma anche puntigliosamente critici e problematici anche nella tragedia, si offrono come specchio dell’umanità del 900.
E’ la stessa autrice a dircelo attraverso il bellissimo titolo che ha scelto per la sua opera: frantumata come un calice che si infranga in mille pezzi, ma anche acuta e brillante come i frammenti di quel cristallo; sognante e assurda, ma anche con un piede che sempre sfiora la terra o una casa come le creature di Chagall, la coscienza degli abitanti del secolo breve è la vera protagonista della raccolta della Tassi, che sembra dirci che quello che conta davvero, una volta che tutto è finito, è ciò che resta nel cuore e nella testa degli uomini dove nulla finisce mai.
Pubblicato 10 months, 3 weeks fa alle 16:21. Aggiungi un commento
di Pietro Bodi
Di una cosa sono certo: Sandra Tassi, in queste sue quasi ottanta pagine, non ha affatto le incertezze della esordiente; dimostra invece un piglio sicuro di scrittrice che sa dove vuole arrivare. Dieci capitoli, stupefacenti per motivi diversi. Letti troppo in fretta come succede con le scoperte, mi obbligheranno a tornarci con calma e a riparlarne.
“ La scomposizione delle immagini che Chagall evoca dal fondo della sua anima russo-ebraica – scrive la Tassi nella postfazione - … si è dichiarata a me come collegamento ideale tra la diaspora del popolo ebreo e la mia natura errante…
Ecco, non mi è facile valutare questo collegamento. Pure, quei racconti di argomento ebraico, mi appaiono, alla luce della mia conoscenza, fatta da altre letture, credibili.
Ma come appare nudo il penultimo racconto che dà il titolo alla raccolta, e bello, e vivo.
Il libro si chiude su una Postfazione che è la sola cosa in tutto il libro che non mi convince, mi dispiace per quel tanto di spiegazione che sembra voler dare.
Sandra Tassi
Il calice di Chagall
Quasi un romanzo
Il Filo S.r.l. Roma – marzo 2007- 14 €.
Pubblicato 10 months, 3 weeks fa alle 16:20. Aggiungi un commento
Piccolo gioiello della casa editrice IL FILO, Il calice di Chagall.Quasi un romanzo, opera prima della modenese Sandra Tassi, ha riscosso grande successo di vendite e ha raggiunto, nel suo primo anno di vita tre ristampe.
Il libro giunge anche a Spoleto e sarà presentato Martedi 8 Luglio alle ore 18.00 presso la Libreria Mondadori.
L’autrice, commentando le proprie scelte stilistiche e le ragioni della struttura del romanzo, darà risalto alla figura dell’ebreo errante come paradigma dell’uomo del Novecento,fragile e senza certezze, e sottolineerà i caratteri della pittura di Marc Chagall che hanno diretto riferimento con l’immaginario narrativo che sostiene la sua scrittura. Nel contesto della conversazione col pubblico Sandra Tassi, essa stessa critico letterario e docente di scrittura creativa per giovani e adulti presso diversi centri culturali della sua città, fornirà alcuni assaggi del proprio romanzo attraverso la lettura a viva voce; le tematiche privilegiate a cui verrà dato spazio saranno il rapporto tra la storia dei singoli e la storia universale, il valore delle radici culturali, il rapporto tra sofferenza, destino e riscatto dal dolore e dalla precarietà del vivere, intesi come condizione esistenziale di carattere universale.
Pubblicato 10 months, 3 weeks fa alle 16:19. Aggiungi un commento
Walter G. Pozzi
Scrivere è indubbiamente un atto creativo, ma la scelta di come esprimerci è questione di organizzazione. Ce ne accorgiamo tutte le volte che ci capita di scrivere una lettera, di svolgere un tema e, a maggior ragione, quando decidiamo di raccontare una storia. Si è soliti pensare alla scrittura come a un percorso personale e unico, che attinge all’esperienza, alla memoria, ai sentimenti e alle dinamiche mentali di un individuo. Questo è vero, ma la creatività letteraria non è un fiume in piena senza controllo. Deve organizzarsi all’interno di procedimenti logici di cui possono essere individuate le fasi, le tecniche, la struttura. Non si esaurisce al momento dell’ispirazione, bensì possiamo dire che cominci proprio in quel momento e percorre ogni centimetro del successivo lavoro. La scrittura creativa è un’attività che include la complessità del pensiero in un percorso dialettico che oscilla tra la parte intuitiva e quella razionale della mente. La domanda è: Si può insegnare a scrivere un romanzo? Sì e no. Infatti, se è vero che la predisposizione per la scrittura è una attitudine personale, è altresì vero che il talento non si presenta sempre in maniera evidente. Il talento è una qualità sottile, spesso nascosta, che va coltivata e sviluppata una volta scoperta. E come per qualunque altra disciplina artistica, anche per la creatività letteraria esistono dei metodi che permettono di verificare e potenziare le proprie capacità. Nei paesi anglosassoni l’insegnamento della creative writing è ormai un’abitudine consolidata e affianca qualunque corso a impianto umanistico. In Italia questa abitudine ancora non si è diffusa ed è per questo motivo che i grandi romanzieri, autentico patrimonio culturale di un paese, stentano a nascere. Ma qualcosa comincia a muoversi in questi ultimi anni. Diversi corsi privati cominciano a sorgere anche e soprattutto grazie all’iniziativa di alcuni romanzieri che si impegnano a diffondere la propria esperienza e le proprie conoscenze a quelle persone interessate a intraprendere la difficile carriera di scrittore, o semplicemente innamorate di quella che, a giusta ragione, nel corso della storia dell’uomo, è stata definita l’arte per eccellenza. (…)
Sandra Tassi preferisce denominare i suoi seminari come Corsi di avviamento alla Scrittura Letteraria, poiché vuole sottolineare come la scrittura da “bisogno individuale” possa evolversi in modalità espressive che, a partire dalla pagina autobiografica per giungere fino al romanzo, la facciano divenire consapevole strumento di dialogo tra individuo e mondo.
Insegna a Modena e in altre città italiane.
Pubblicato 10 months, 3 weeks fa alle 17:31. Aggiungi un commento